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Max Gazzè torna con un album fuori dal tempo: L’ornamento delle cose secondarie, manifesto di resistenza al pop usa e getta

Un viaggio dentro ai margini, già dal titolo: “L’ornamento delle cose secondarie”, nuovo album di Max Gazzè in vendita da venerdì 15 maggio per Columbia Records/Sony Music. Le deviazioni, gli appunti lasciati a metà, le intuizioni rimaste per anni in sospeso.

Annunciato in CD e doppio LP, contiene venti brani e nasce da una lavorazione dichiaratamente fuori standard, a partire dall’accordatura a 432 Hz. A scanso di equivoci: non è Gazzè da playlist shuffle.

La recensione di “L’ornamento delle cose secondarie” di Max Gazzè

È un titolo gazziano: elegante, laterale, appena filosofico, una piccola dichiarazione di poetica. Nella musica di Gazzè le cose secondarie non sono laterali. Un giro di basso, una parola fuori asse, una maschera ironica, una costruzione melodica che sembra semplice e invece non lo è: nel dettaglio marginale l’artista ha nascosto il centro.

Anche la copertina si muove nella stessa direzione: un mondo immerso, sospeso, come se ciò che era rimasto ai margini fosse finito sotto la superficie. Non si perde nulla, semmai si recupera poi.

Restare umani dentro un tempo che consuma tutto troppo in fretta. Fin dall’inizio: “Il contadino magro”, chi lavora senza garanzia di risultato. Il contadino che attraversa la terra e accetta il tempo. E subito “L’eremita – parte II” approfondisce l’idea dell’eremitaggio come necessità di sottrarsi per poter tornare a vedere.

Da qui in avanti il disco oscilla: alleggerirsi e restare feriti. Il desiderio di spogliarsi del superfluo e la consapevolezza che ogni perdita lascia un segno. “Da piccolo” e “Sorriso largo” il passato agisce ancora nel presente, plasma i gesti, determina silenzi.

Gazzè ha spiegato il desiderio di riprendere frammenti di brani rimasti un po’ indietro in trent’anni di percorso: idee incompiute, fogli sparsi, materiali conservati nella memoria o in vecchi hard disk.

È una meditazione sul limite (e al limite): spiazzerà chi cerca leggerezza, groove, ironia. E Gazzè, che funziona benissimo quando miscela la profondità e il gioco, adesso si rimodula un po’.

Oltre che sulle piattaforme ufficiali di Columbia Records/Sony Music, puoi comprare il cd audio e/o il doppio vinile di “L’ornamento delle cose secondarie” di Max Gazzè anche su Amazon.

Prezzo: 30,15 €

L’ornamento delle piccole cose: tracklist e titoli delle canzoni

Venti brani, oltre un’ora di musica per un disco senza featuring che diventa un concept album per la necessità di individuarne il senso soltanto con l’ascolto generale. C’è un filo conduttore che fa da trade union alle singole composizioni e restituisce loro un valore di insieme: è la visione del mondo di Gazzè che esplora il particolare e affluisce nel macrocosmo.

  • Il contadino magro
  • L’eremita – parte II
  • Intermezzo bianco
  • Facce da vecchi
  • Amo
  • Da piccolo
  • Sorriso largo
  • Cherubini scalzi
  • La legge dell’etica
  • Attriti
  • La forma
  • Il matrimonio di tua figlia
  • Ali
  • Io, Giuda
  • Rimore
  • Sul filo – parte II
  • Fatto accaduto in estate
  • Dio
  • Terra madre
  • L’oscurità

Dai cassetti agli hard disk: come nasce il disco più personale di Gazzè

Il disco riporta alla luce una parte sommersa della storia musicale di Gazzè. Il senso profondo del titolo passa da questa inversione di prospettiva. Le cose principali occupano naturalmente il proprio posto; sono quelle sullo sfondo che vanno osservate meglio, curate di più, rese importanti. Gazzè si ferma sul margine: un frammento, una parola sospesa, un’idea destinata a non diventare mai canzone. Invece no.

La spiritualità confluisce nella vita concreta. I “cherubini” sono scalzi, cioè terrestri, vulnerabili; “Dio” non è definito in astratto ma attraversa immagini quotidiane; perfino “Io, Giuda” evita il simbolismo religioso tradizionale per trasformarsi in un’indagine sulla colpa umana. Qui il disco compie qualcosa di raro: resta dentro la contraddizione che non condanna e non assolve.

La parabola del maestro Zen che si lascia trasportare dal fiume in piena invece di combatterlo è l’invito di Gazzè a non ostinarsi nella navigazione controcorrente.

Il lavoro sui brani è stato certosino: Gazzè li ha ripresi dando loro importanza, impegno, cercando di collocare sia il testo che la musica, senza tradire il primo disco, Contro un’onda del mare.

La parola aveva un suono e la sfida che feci all’epoca era quella di musicare delle cose che avessero già un suono.

È un passaggio decisivo per capire il lato più “progressive” dell’album. La musica non schiaccia il testo: il ritmo complessivo è un’architettura che nasce dalle rime, dalle assonanze, dalle vibrazioni della parola.

Leopardi nell’Infinito: “e mi sovvien l’eterno / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei”.

Il presente, “la presente / e viva”: non è soltanto tempo ma vibrazione. Una voce nel silenzio dell’infinito. Gazzè, diverso e affine, parte dalla fiducia nel suono nascosto delle cose: prima della forma-canzone, prima dell’arrangiamento, c’è una parola che si ascolta e non si legge. È l’epica.

Dal Belgio ai 4 Play 4: le radici musicali del “musicista” Max Gazzè

Non è l’album della svolta improvvisa: c’è dentro una parte della identità di Gazzè che c’era sempre stata. Prima delle hit, prima del cantautore. C’è il musicista. Gazzè adolescente in Belgio, la Scuola europea, il basso elettrico, i locali di Bruxelles, poi i cinque anni da bassista, arrangiatore e coautore nei 4 Play 4. Questa origine conta, costruisce musica da dentro: ritornelli che funzionano, identità riconoscibile, un modo di stare dentro il pop italiano senza somigliargli troppo.

Le influenze prog. Gazzè chiarisce che ogni pezzo ha una sua durata e non segue la forma classica della canzone pop – strofa-ritornello, strofa-inciso. C’è un’idea più libera e compositiva: la canzone come spazio mobile.

Il progressive degli anni Settanta nasceva anche dal desiderio di allargare il linguaggio del rock, portandoci dentro studio, tecnologia, classica, elettronica, azzardo, imprevedibilità. Oltre i virtuosismi, la coerenza: Gazzè non somiglia ai Genesis, ai Pink Floyd o ai Van Der Graaf Generator ma recupera lo spirito di libertà formale che rendeva la canzone un territorio aperto. È Gazzè che disturba l’algoritmo: è un Gazzè controcorrente.

Più sensibilità e meno ostentazione, flusso sonoro unitario, resistenza al suono digitale standardizzato: ci sono errori e imperfezioni, c’è l’elettromagnetismo puro dello strumento. È un prog più filosofico che muscolare. Anche il Sintofono, inventato da Gazzè per far “mimare” ai sintetizzatori analogici la voce degli archi, va in questa direzione.

Il progressive, quando è vivo, è un atteggiamento che di museale non ha niente. È un discorso che dice molto sul tempo in cui arriva questo album. Mentre il suono rischia di essere levigato e perdere attrito, arriva sul mercato un disco di venti brani che parla di lentezza, frammenti, strutture irregolari e dettagli marginali. Non è cocciutaggine, non è nostalgia.

Da Alchemaya a Musicae Loci: la sperimentazione come filo conduttore

Qui il titolo diventa centrale. L’ornamento delle cose secondarie dice che il dettaglio non è un abbellimento, ciò che resta ai bordi può diventare il punto da cui guardare tutto il resto.

Nemmeno la sperimentazione è una novità nel suo percorso. Alchemaya, con la fusione tra orchestra sinfonica e sintetizzatori, aveva già portato Gazzè fuori dal recinto della canzone pop più ordinaria.

La leggenda di Cristalda e Pizzomunno aveva mostrato il suo gusto per il racconto mitologico e una forma più ampia, quasi teatrale.

Il farmacista aveva riportato in superficie il suo lato ironico, artificiale, mascherato.

Anche Musicae Loci, con l’idea di attraversare territori, orchestre e contesti diversi, appartiene alla stessa traiettoria: la canzone non come oggetto chiuso, ma come materia trasformabile.

L’ornamento delle cose secondarie è un disco di spazi più che di pieni. In sospensione: “Rumore” è il caos contemporaneo che entra nel disco, rompe gli equilibri e rende difficile perfino pregare. Ma in questa saturazione emerge il bisogno di silenzio che attraversa tutto il lavoro. La chiusura con “L’oscurità” è importante: impariamo a stare dentro ciò che non si risolve.

La sfida più grande e radicale di Gazzè è chiedere ascolto profondo in un tempo che vive di consumo rapido.

Le guerre, il caos e la convivenza civile: la tensione politica del disco

È tutto privato, questo Gazzè? Tutto memoriale? Nemmeno per idea. Irrompe il Gazzè che allarga lo sguardo al caos delle guerre, agli abusi di potere, alla necessità di una reazione collettiva. Alla tensione civile: l’inquietudine di chi osserva un mondo fuori asse e prova a cercare, anche con la musica, una possibilità di attraversamento.

Perché il disco parla continuamente di etica, responsabilità, autenticità, ma lo fa sapendo che l’essere umano è fragile, incoerente, spesso incapace di vivere all’altezza dei propri ideali. “La legge dell’etica” e “Terra madre” sono brani apertamente civili senza portarsi dietro alcuno slogan: esiste ancora una possibilità di misura in un mondo che trasforma tutto in consumo, persino la natura e gli affetti?

Quando dice di confidare nelle nuove generazioni e sogna “la convivenza civile tra i popoli”, la riflessione politica entra nel discorso senza trasformare l’album in un manifesto: resta una ferita, una domanda, un bisogno di luce dentro il rumore.

Non è il ritorno di Max Gazzè. Le hit ce lo hanno fatto conoscere. Ora lo dobbiamo capire.

Su Amazon Music a questo link puoi recuperare tutta la discografia completa di Max Gazzè per approfondire, arricchire e analizzare un repertorio musicale di 12 album studio da solista e un disco corale, del 2014, lavorato in sinergia con Nicolò Fabi e Daniele Silvestri “Il padrone della festa”.

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